Bosco Narrativo 6: La Trappola del Personaggio

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Costruire un personaggio significa indagare la sua psiche. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma qui ci troviamo davanti ad un bivio: la strada è assolata, sterrata, siamo sudati. Dove andare, da una parte o dall’altra?

Raccontiamo le sue emozioni o le sue azioni?

Da un parte si apre un bosco molto fitto e intricato; dall’altra la strada continua e non sembra esserci granché all’orizzonte.

Se prendiamo la strada del bosco, troviamo il racconto psicologico: i pensieri, le emozioni, tutto ciò che vaga nella mente e nel cuore del personaggio è raccontato.

Questa è l’idea di personaggio che abbiamo di solito, figlia di trecento anni di romanzo: da Richardson (Pamela) a Goethe (Werther), da Stendhal a Proust fino a Joyce. Noi siamo qui ora dopo aver letto e riletto la psiche e i pensieri di personaggi senza tempo.

Il più bravo? Forse, come dice Milan Kundera, James Joyce, che era fornito di un microscopio con cui sapeva cogliere l’attimo fuggente e farcelo vedere. Prima del romanzo classico, i pensieri dei personaggi non si raccontavano mai.

L’altra strada infatti è il percorso che racconta le azioni del personaggio, non le emozioni. Non ci interessa nemmeno tanto sapere come è vestito quel personaggio o se ha i capelli biondi, né ci interessa la sua biografia o che cosa faceva sua madre. Figuriamoci i suoi pensieri!

L’attenzione è tutta sulle azioni, come nelle fiabe. Dice sempre Kundera che l’azione è vista come l’autoritratto di colui che agisce.

Attraverso l’azione l’uomo vuole rivelare la propria immagine, ma – e qui sta un paradosso del romanzo – l’immagine rivelata non assomiglia al personaggio. Ed è per questo che il nostro personaggio continua ad agire, per rispondere alla domanda fondamentale di ogni racconto: chi sono io?

Il personaggio continua a porsela. Chi sono io? Spesso, nemmeno alla fine del racconto arriva la risposta.

Quindi quale strada percorrere? L’intrico del bosco fatto di pensieri come rami infiniti o la lunga strada delle azioni che dispiega la psiche attraverso ciò che il personaggio fa più che attraverso le sue emozioni. 

Noi qui siamo per la seconda strada. Perché quando si deve scegliere conviene sempre guardare ai nonni, ai bisnonni, anzi agli antenati. E i nostri antenati hanno cominciato a raccontare fiabe quattromila anni fa.

Le fiabe sono solo azione. La psiche è da interpretare, i personaggi sono canonici, fanno, fanno tante cose, e sono le cose che fanno a dare forma alla loro psiche. Sono le azioni dei personaggi a dare forma al loro io.

Passo dopo passo ci avviciniamo alla psiche del personaggio e capiamo perché fa quello che fa. Le emozioni del personaggio vengono dopo, sono le azioni il motore psicologico.

La maggior parte dei personaggi che costruiamo non funzionano perché li mettiamo in una trappola emotiva da cui non riescono ad uscire, e così ci finiamo anche noi in trappola. A pensare e pensare e pensare. Usciamo e cominciamo a fare.

Esercizio della settimana

Prendi il tuo personaggio e spoglialo dai pensieri. Ciò che è sarà rivelato da ciò che farà.

Togli tutti i verbi come pensare, supporre, riflettere, immaginare, e fallo sgobbare.

Si deve muovere, il tuo personaggio, soltanto nel fare capiremo davvero chi è.